Racconto X La Giustizia (1)


Quando tutta la terra gemeva nell'attesa del riscatto" una voce si levò dalla Giudea, la voce di Colui che veniva a soffrire e morire per i suoi fratelli e che alcuni chiamavano con disprezzo il Figlio del carpentiere.
Il Figlio del carpentiere, povero e abbandonato in questo mondo, diceva:
« Venite a me, voi che gemete sotto il peso della fatica, e io vi rianimerò ».
E da allora fino a oggi nessuno, che abbia creduto in lui, è rimasto privo di sollievo nella miseria.
Per guarire i mali che affliggono gli uomini, egli predicava a tutti la giustizia che è il principio della carità e la carità che è l'uso della giustizia.
La giustizia impone di rispettare l'altrui diritto e talvolta la carità vuole che si trascurino i propri diritti in nome della pace o di qualche altro bene superiore.
Che cosa diventerebbe il mondo se il diritto cessasse di regnarvi e ciascuno non fosse certo dell'integrità della sua persona e non potesse godere senza timore di ciò che gli appartiene?
Sarebbe ,meglio vivere nei boschi che in una società così travolta dal brigantaggio.
Ciò che voi prendete oggi a un altro, un altro lo prenderà a voi domani. Gli uomini saranno più miserabili degli uccelli del cielo ai quali gli altri uccelli non rapinano né la pastura né il nido.
Che cos'è un povero? È colui che non ha ancora proprietà. A che cosa aspira? A cessare di essere povero cioè ad acquisire una proprietà.
Ma colui che ruba, saccheggia, che cosa fa se non abolire per quanto gli è possibile il diritto stesso alla proprietà? Rubare, saccheggiare significa dunque attaccare il povero come il ricco, significa abbattere le fondamenta della società.
Chi non possiede nulla può arrivare a possedere qualcosa solo grazie al fatto che altri già possiedono perché solo questi ultimi possono dargli qualcosa in cambio del suo lavoro.
L'ordine è il bene, l'interesse di tutti.
Non bevete dunque alla coppa del delitto la cui feccia è costituita dall'amara delusione, dall'angoscia e dalla morte.

 

nota (1) Questo capitolo X non figura nell'edizione originale. Fu scritto il 31 maggio 1834 e venne pubblicato nella 4' edizione, essenzialmente per contrastare le calunnie di coloro che affermavano che l'autore spingeva il popolo al saccheggio (cfr. lettera a Benoît d'Azy, 8 giugno 1834) e che attaccava la proprietà (lettera a Montalembert, 11 giugno 1834, inedita).

 


XI
E vidi il male arrivare sulla terra, il debole oppresso, il giusto costretto a mendicare il suo pane, il malvagio innalzato agli onori e carico di ricchezze, l'innocente condannato da giudici iniqui e i suoi figli errare sotto il sole.
E la mia anima era triste e la speranza ne cadeva da ogni parte come da un vaso spezzato.
E Dio mi mandò un sonno profondo.
Nel sonno, vidi come una forma luminosa in piedi accanto a me, uno Spirito il cui sguardo dolce e penetrante leggeva fino in fondo ai miei pensieri più segreti.
Io trasalii non di paura né di gioia ma come per un
sentimento che era una mescolanza inesprimibile
dell'una e dell'altra.
E lo Spirito mi diceva: Perché sei triste?
E io risposi piangendo: non vedi i mali che deva
stano la terra?
E la forma celeste prese a sorridere di un sorriso
ineffabile e mi venne all'orecchio questa parola:
Il tuo occhio non vede che attraverso l'ingannevo
le tramite che le creature chiamano tempo. Ma il
tempo esiste solo per te: per Dio non c'è il tempo. Io tacqui perché non comprendevo.